Noi e Rignano

Tanto per ribadire quanto già segnalato dal DS via WA, segnalo le seguenti statistiche.

1- A Rignano non abbiamo mai fatto punti, né come Circolo né come Teatro (4 sconfitte su 4), pur andando sempre a segno. Nelle partite col Circolo si segnalano due notevoli prestazioni di Tavorman-Trombalardo, col Teatro invece la caccia all’uomo ai danni di Uwa e il ritorno a casa appiedato di Mister Futuro Mancio.

https://iccalciaundici.wordpress.com/2015/03/05/disagiati-in-campo/

https://iccalciaundici.wordpress.com/2016/03/10/questione-di-stile/

https://teatrodelsalefootballclub.wordpress.com/2016/12/14/pagliacci-nellanima-vigor-teatrino-2-1/

https://teatrodelsalefootballclub.wordpress.com/2017/10/24/lincubo-del-verricello-vigor-tds-2-1/

2- Un po’ meglio in casa, ma comunque 4 punti in 4 partite, con l’unica vittoria ottenuta in modo piuttosto rocambolesco.

https://iccalciaundici.wordpress.com/2014/10/23/la-storia-infinita/

https://iccalciaundici.wordpress.com/2015/11/17/quanto-siamo-scarsi/

https://teatrodelsalefootballclub.wordpress.com/2017/04/22/e-saltato-il-tappo-teatrino-vigor-rignano-1-1/

https://teatrodelsalefootballclub.wordpress.com/2018/03/14/la-maledizione-del-teatrodanza-tds-vigor-1-2/

3- Il campo di Rignano è in terra: l’anno scorso, questo ha voluto dire una sonora sconfitta (a Cavallina), e 3 risicati pareggi. In 4 partite, abbiamo segnato un solo gol, a Tosi. Come dire che di notte non vediamo la porta…

https://teatrodelsalefootballclub.wordpress.com/2018/10/24/allegre-scampagnate-cavallina-tds-4-0/

https://teatrodelsalefootballclub.wordpress.com/2018/12/09/surclassati-dai-moccoli-vespucci-tds-0-0/

https://teatrodelsalefootballclub.wordpress.com/2019/01/23/la-leggenda-del-rifinitore-a-teatro/

https://teatrodelsalefootballclub.wordpress.com/2019/05/08/gambe-secche-culi-strinti-londa-tds-0-0/

Proviamo a cambiare rotta?

 

 

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La prima volta (TDSFC-Infelici 2-0)

Era la nostra prima volta in B1 AICS, dopo il ripescaggio estivo nella serie superiore che ci ha evitato un numero esorbitante di trasferte in Mugello per la B2. (Ora il Ds dirà che lui in B1 ci aveva già giocato, dopo aver litigato con Mannuccio e i Circolanti, ma vabbé). Rispetto all’esordio del Circolo in B2, dieci anni fa tondi tondi, ero forse l’unico superstite in campo (Mannelli non si presentò, causa mezzi di locomozione fuori uso; Bazza non era ancora dei nostri; di Supergiack non ho memoria, però nel primo tempo sulla fascia sinistra giocavo io, quindi forse subentrò nel secondo; Pollofioco, all’epoca arrembante difensore, ora ricopre un ruolo fuoricampo in cui è imbattibile): le cose sono nettamente migliorate, sia sotto il profilo del gioco che dei risultati (finì 8-1 per gli altri).

E’ stata inoltre la prima vittoria del Teatro a una prima di campionato: fin qui, le avevamo perse tutte (qui, qui, e qui, sempre in casa). Quando ho fatto presente questa cosa al capitano, prima del match, mi ha detto sicuro che questa l’avremmo vinta. Ha avuto ragione, e meno male: nonostante gli avversari si siano progressivamente sgonfiati per mancanza di banane, altre volte in partite come queste ci saremmo complicati la vita, e avremmo quasi sicuramente perso. Per dire, con gli Albergatori l’anno scorso, la partita fu quasi una fotocopia di questa, e gli Infelici avevano almeno piedi buoni e un gran bel portiere.

E’ stata anche la prima di campionato per Florence Ray, che ha assistito alle indicazioni di mamma Lisa comodamente in collo al nostro preparatore dei portieri: una immagine che da sola valeva la serata.

E infine, rullo di tamburi, primi gol e prima doppietta per Sano, entrato nel secondo tempo dopo aver chiesto di far parte di questa squadra fin dalla scorsa primavera. Sono storie che fanno bene, in attesa di raccontarne di nuove.

Qui il secondo gol

ΠΑΝΤΑ ΜΕΤΡΩ ΚΑΙ ΑΡΙΘΜΩ ΚΑΙ ΣΤΑΘΜΩ

Si sa che gli anni di formazione lasciano tracce indelebili nella psiche umana; aggiungete pure che le lezioni universitarie non sempre sono scintillanti, per gli studenti. E dunque gli arredi e l’intorno si fissano in maniera indelebile nella mente di chi, in quelle aule, passa il suo tempo. Per chi scrive, l’ambiente delle lezioni universitarie dei primi anni era quello che vedete in foto (aula Schiff, Via Capponi 9, attualmente chiusa al pubblico), e la scritta in greco (tutto è misura, numero, peso) è rimasta come un’incitazione permanente a cercare di imbrigliare il reale in una descrizione numerica.

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E dunque, visto che lo scriba ha rinfoderato la penna, ora vi toccano un po’ di numeri per cercare di capire meglio quest’annata di calcio teatrale. Tanto più che l’anno scorso l’esercizio di fine campionato me l’ero bellamente dimenticato, per cui non resta che confrontarci con la prima stagione del Teatro.

Intanto, dopo la sconfitta col Real Panzer all’ultima giornata (passati in vantaggio con Aldinho, recuperati su rigore, poi messi sotto da un mio colossale svarione e da un eurogol, tutto sotto gli occhi degli indimenticabili Sbrocco&Domenekke) ecco la classifica:

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Settimi, a un punto dal sesto posto, che come due anni fa ci sfugge per un solo punto. Ma allora avevamo otto squadre dietro di noi, oggi ne abbiamo dieci: personalmente, penso di non essere mai arrivato così in alto (evitate battute sulla scarsa elevazione del sottoscritto, please). Da notare anche la bella cifra tonda a cui abbiamo chiuso, che a un certo punto sembrava davvero lontana. Cerchiamo allora di vedere come ci siamo arrivati:

  • Media punti a partita: superiamo la soglia psicologica di 1.5 punti a partita, e anche quella dell’anno 2016-17 (1.5625 vs 1.467)
  • Partite utili 22/32 (un po’ meno che nel 2016/17, quando furono 22/30): vuol dire che soffriamo meno di pareggite.
  • Le dieci sconfitte sono venute, all’80%, con squadre che hanno finito sopra di noi: delle altre due si sa che la prima partita dell’anno è sempre un problema per il Teatro (3 sconfitte su 3: Rinascita, Cavallina, Gloria) e che, nonostante tutto, una partita agli Albergatori non riusciamo a non regalarla.
  • Avevo già segnalato, a due terzi di campionato, la nostra difficoltà nei secondi tempi (nelle prime sei partite del girone di ritorno non abbiamo mai segnato nel secondo tempo, per dire). Qualche episodio successivo (AV Peretola, FCP Lanciotto, Donnini)  sembrava aver un po’ migliorato le cose, ma nel complesso i numeri ci dicono che se le partite fossero finite al 40′, avremmo nove punti in più.
  • Direttamente collegato è il confronto fra il numero di partite che abbiamo “raddrizzato” rispetto a quelle in cui siamo stati ripresi:  4 volte un nostro vantaggio è terminato con una nostra sconfitta, solo 2 volte uno svantaggio è finito con una nostra vittoria; in TUTTI i pareggi con gol ad eccezione del primo con lo United (quindi ben 5 volte) eravamo passati in vantaggio. Siamo, insomma, una squadra un po’ tremebonda.
  • Ancora più clamoroso è il dato della differenza reti: mentre i gol fatti si distribuiscono equamente fra primo e secondo tempo (30 vs 32) i gol subiti mostrano un tracollo nel secondo tempo: (12 vs 32, cioè nel secondo tempo abbiamo subito quasi il triplo dei gol subiti nel primo!). Nessuna squadra, comunque, ci ha segnato più di due gol in un tempo. Clamoroso, ma in positivo, il dato relativo ai primi tempi del girone di ritorno: 3 gol subiti in 16 primi tempi.
  • Questo ci porta direttamente al dato statistico secondo me più rilevante, ovvero la differente prestazione relativa di attacco e difesa, se identifichiamo rozzamente con questi due reparti i gol fatti e subiti. Come si vede qui sotto siamo il 9^ attacco del campionato, con tutte le squadre davanti a noi in classifica che hanno fatto nettamente meglio (tranne lo Sporting 2003, con cui siamo veramente quasi alla pari in ogni ambito).

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Al contrario, se guardiamo la classifica dei gol subiti, siamo un po’ più su: a parte il Cavallina, irraggiungibile a 31 gol, siamo 4^ a pari merito (e la seconda miglior difesa è a soli 3 gol…).

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Ma il dato più importante, che da qui non si ricava ma che grazie alla mia follia e al sito di Tuttocampo posso garantire, è che nel girone di ritorno siamo (ex-aequo con il Cavallina) la squadra che ha subito meno gol di tutta la B2: 18 in 16 partite. Se si estende l’analisi alle ultime 18 partite, si raggiunge addirittura il valore di 1 gol netto subito a partita!

Personalmente penso che, oltre a un Francis che si è rimesso in carreggiata dopo un lungo passaggio a vuoto, la presenza di Junior sia stata fondamentale, anche più dell’assenza di Bing   ;-). Per me è stato MVP della squadra e sicuramente colpo di mercato dell’anno. (Qui si tace ovviamente del fenomeno statistico dell’ex-Scriba, che nelle partite, o spezzoni, in cui  è stato in campo, ha visto la nostra rete perforata una sola volta, mi pare).  

  • Da segnalare che sulla differenza reti incidono pochissimo i rigori: se ho contato bene, ne abbiamo avuti 3 a favore (2 con il Tavarnuzze all’andata, 1 con lo Sporting sempre all’andata) e 3 contro (2 al Tavarnuzze, fra andata e ritorno, 1 al Real Panzer): 2 realizzati, e 2 subiti. 
  • Se andiamo a vedere la distribuzione dei gol, si vede che in ben 7 volte siamo usciti dal campo senza fare gol, ma in compenso per 8 volte ne abbiamo fatti tre o più, assicurandoci così quasi la metà dei nostri punti. gf1819.png

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  • D’altronde, per 9 volte siamo usciti dal campo senza subire reti e anche questo ci ha portato moltissimi punti. Nelle 4 partite in cui abbiamo preso 3 o 4 gol non abbiamo, abbastanza ovviamente, fatto punti: di fatto contano per quasi un terzo dei gol che abbiamo subito.

 

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  • Questo ci porta a considerare le strisce positive più lunghe: ci siamo fermati a 8, contro le 10 del primo anno, che ci avevano fruttato 18 punti, e le 7 dello scorso anno, con 21 punti all’attivo: ma quest’anno ci hanno fruttato 22 punti. Un’altra sequenza di 7 partite senza sconfitte ci ha invece fruttato solo 11 punti. Nella sequenza più lunga abbiamo anche mantenuto una buona imbattibilità, superiore ai 240′; poco rispetto allo scorso anno ma non disprezzabile.  In generale, si nota che abbiamo avuto  un andamento piuttosto regolare fino alla 22esima giornata, con una media un po’ minore di 1.5 punti a partita, e un’accelerazione finale con una striscia di 10 partite con una media di due punti a partita. A naso,  il cambio di passo coincide con l’innesto di Lupino Rovelli che ha dato un bel rinforzo al centrocampo.

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  • In tutto questo, il fattore campo ha contato per noi pochissimo. Nonostante una differenza reti un po’ migliore in trasferta, abbiamo un numero di punti paragonabile fra partite in casa e partite fuori. Se si escludono gli Albergatori, che hanno fatto talmente pochi punti da rendere l’analisi statistica irrilevante, siamo in seconda posizione per quanto riguarda la scarsa incidenza del fattore campo, appena dietro al Real Panzer (1.08 per noi, 1.06 per il Panzer). Per curiosità, i più “casalinghi” sono i Ferramenta Bellini (3.16) seguiti, com’era prevedibile, dal Londa (2.8). Il tutto in questa bella immagine (rielaborazione dati da Tuttocampo).

fattorecampo.png

  • Infine, mi pare interessante segnalare che, a differenza del primo anno, quando facemmo un numero di gol comparabile a questa stagione, con Uwadia che da solo ne fece quasi la metà, quest’anno siamo andati a segno in 16, e i gol del nostro capocannoniere Aldino contano meno di un quarto del totale (e sul totale, solo 8 hanno portato punti). Si direbbe, insomma, che siamo stati più squadra.

Classifica marcatori

Konate 14
Bah 8
Marroncini 7
Komara 6
Lucioli 5
Camara 4
Casadei 4
ROVELLI 3
Bazzoffia 2
Di Paolo 2
Soler 2
Cisse 1
Colley 1
Katibi 1
Mancini 1
Sawaneh 1

 

Il saluto del bambino

Osservando dalla sua privilegiata postazione di panchinaro nuovi e vecchi eroi del Teatrino (MM 8) affannarsi per poi emergere vittoriosi dalle secche ataviche di un gioco che se non lo fanno gli avversari (e noi si opera in controbattuta), da noi proprio non ce lo sappiamo dare, Matusa pensava che alla fine dei conti il bambino aveva avuto le sue belle soddisfazioni.

(Detto tra parentesi, non ci possiamo proprio lamentare del culo: ieri 1-0 con portiere azzoppato, poi in rapida successione 2-0 e 3-0 su tiri sporcati: insomma, per me che son di un’altra era, questi sono autogol in piena regola)

Il bambino del Matusa era quello che, come succede quasi per tutti, sognava di giocare a pallone come fanno i giocatori veri. Dopo essersi infranto tra i pali della Cattolica Virtus, dove il bambino in veste di ragazzo si era presentato improvvidamente come aspirante portiere (notevolmente tappo, peraltro) quando ormai era tardi per cominciare, il sogno si sarebbe ripresentato ben oltre i trent’anni, per conoscere un’insperata quanto entusiasmante realizzazione prima in partitelle settimanali (Fiesole, poi Padovani), poi in memorabili mini-campionatini a 11. Il ruolo, manco a dirlo, era difensore (tendenzialmente terzinaccio).

L’ulteriore svolta fu Cammarata che cominciò a organizzare la squadra del Circolo dei dipendenti universitari: campionati prima a cinque, poi a sette. Esaurita la spinta propulsiva del calcio a ranghi ridotti, la decisione epocale maturata all’inizio di un’estate ormai lontana in un barrino all’aperto di piazza Beccaria: prima che per ciascuno di noi sia troppo tardi, bisogna fare un campionato a 11 con tutti i crismi. Si trova il mister (Silvano), si cerca il campo (Trave), si raduna faticosamente una rosa (sempre pochi, comunque), e si parte. Anno Domini 2008 (direi, a occhio). Calcisticamente, gioie pressoché inesistenti, ma per il bambino resta il periodo dei ricordi più belli, e più nitidi (ma questo perché la vecchiaia funziona così: ci si ricorda bene solo il passato remoto).

È nella pancia di questi anni dorati che il bambino comincia a realizzare compiutamente il suo secondo sogno: fare il giornalista sportivo.

(A questo riguardo va detto tra parentesi che, rispetto al calciatore, il miraggio del giornalismo è stato quello più vicino a realizzarsi davvero, ma ogni volta che l’attuale Matusa cominciava a frequentare una redazione, di lì a poco il giornale chiudeva: primo fra tutti Paese sera, che all’epoca aveva la sua sede fiorentina in Borgo Pinti).

Peraltro, i primi resoconti delle partite giocate dalla nostra squadra erano cominciati già nel periodo del calcio a 7, quando lo Sbrocco disse che era il caso di cimentarsi nei post, parola che per il Matusa evocava all’epoca solo lettere, francobolli e bollette da pagare.

Insomma, diventavo insieme, in un colpo solo, giocatore a tempo pieno (nel senso di quasi titolare) e giornalista sportivo settimanale. Per il bambino, un godimento assoluto.

Per tante cose il nostro calcio a 11 degli esordi era quello di sempre, compreso l’attuale: in particolare, nessuna idea di come sviluppare una trama d’attacco, ma improvvisazione a oltranza. Con l’oggi, che esiste grazie alla genialata di Pollofioco che si è inventato dal nulla una squadra, la differenza fondamentale sta nel fatto che allora non si aveva idea nemmeno di come arrivare a centrocampo (tranne che con la pallonata, sempre ammesso di trovare qualcuno con la forza di tirarla), mentre ora in questo siamo dei maestri: anche perché, non dimentichiamocelo, abbiamo pescato il jolly del Separatista: prima c’era il Poggiali, che riceveva, frullava, rinculava e regalava regolarmente palla agli attaccanti avversari. A pensarci bene, proprio a centrocampo c’è stata la svolta: là dove stazionava Lardoman e sbraitavano a turno lo Sbrocco e Proraso oggi possiamo contare su gente come il Tacchino e il Lupino (che tra l’altro fanno anche un sacco di gol), così come la fascia allora presidiata (si fa per dire) dall’UomoGastro e dal Presidente ora vede sgommare Aldino. E vogliamo confrontare Lamarana col Morino? E Franchino e Junior col sottoscritto (o Pollofioco) e Rubacenci (mito inarrivabile del bambino)? (Però, a parte la parentesi di Uwa, dobbiamo ancora trovare l’erede dell’unico centravanti di ruolo che abbiamo avuto, cioè colui che all’epoca non si chiamava ancora Paracaro). Non c’è nulla da fare: per quanto clamorosamente avari di soddisfazioni calcistiche, gli anni mitici, per il bambino del Matusa, son rimasti quelli.

Ora che il tempo (tanto tempo) è passato, e che lo specchio rimanda un’immagine poco compatibile con il calciatore agonista (per quanto amatoriale), il bambino si rende conto che in lui comincia ad appannarsi anche l’ispirazione del giornalista. Del resto il gioco è sempre stato quello del pallone insieme alla penna, è stato questo che ha salvato il bambino nelle notti più buie che ha dovuto attraversare, e allora se in campo per forza di cose (ma Spugna 0,5) non va quasi più, lui sente di avere sempre meno da dire (almeno, nel modo buffo che ha sempre cercato di avere).

E allora è arrivato il momento di fermarsi, per non rischiare che il bambino si immalinconisca fino a scomparire del tutto, come è successo alla povera Noa, che il bambino dentro di sé non lo ha conosciuto mai.

Ora per il nostro bambino è pronta una bicicletta (tra l’altro oggi fanno 20 anni dalla maledetta mattina di Madonna di Campiglio), c’è una casa nuova da esplorare e Alvaro e Attilio che chiamano dal pallaio.

Tornerà magari col cappello da autista (il taxi: altro amore di gioventù), ma intanto il bambino, con i suoi amatissimi avatar, saluta contento. Perché è stato tutto bellissimo.

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CapitanUncino-Crocodile

Le promesse del mondo

Era uno strano lunedì in cui il pensiero dell’incombente scontro con i primi della classe del Ponte Calcio si sovrapponeva alle riflessioni sulle elezioni di cui si andavano delineando i risultati.

Un inquietante trionfo della destra alle europee che si attestava di poco al di sotto della metà dei votanti (Lega, FI, FdI, risultato mai raggiunto nella storia repubblicana), una sinistra semiagonizzante ed incapace di trovare risposte e programmi, l’area del non voto primo partito in Italia che testimonia della crisi di fiducia nella politica ma ancor di più della crisi di fiducia nell’efficacia della politica nel trovare risposte ai problemi dei nostri tempi.

La riconferma con percentuali bulgare del sindaco uscente, con una sinistra locale che dopo aver sognato si ritrova in mano un pugno di voti e con una destra che, ossequiando accordi non scritti e salvaguardando logiche spartitorie, ancora una volta sceglie di non partecipare seriamente presentando un candidato scialbo.

Poi l’allarme bomba alla Leopolda, simbolo già superato dell’effimera stagione renziana, che ci costringeva ad abbandonare l’auto ed a percorrere a piedi le ultime centinaia di metri verso il campo da gioco.

In un clima irreale, tra posti di blocco della polizia, sirene, aree delimitate da nastri colorati ed artificieri all’opera, una bellissima passeggiata al tramonto di questo maggio islandese sul Viale Fratelli Rosselli sgombro dalle auto, come in quei film americani dove una catastrofe ha cancellato di colpo la tecnologia ed i protagonisti si muovono a piedi in scenari abbandonati, imbattendosi ogni tanto in altri sopravvissuti.

Come sarebbe bello il mondo senza l’incessante rumore di fondo del traffico, pensavo, che poi non è che la plastica rappresentazione del rumore di fondo continuo che ottunde le nostre menti, sottoposte ad incessanti stimoli da parte di tutte le apparecchiature elettroniche che ormai governano la nostra vita.

Telefoni, computer, televisioni, radio, ma anche forni e frigoriferi, auto e moto, bombardano in continuazione il nostro cervello impedendoci con il loro prepotente frastuono di fermarci davvero ad ascoltare non solo quello che accade intorno ma anche quello che succede dentro di noi.

Forse è soltanto questa l’origine dei nostri mali, l’incapacità di fermarsi e riflettere fermando questo incessante flusso di stimoli, l’essersi disabituati alla solitudine come minimo comune denominatore delle nostre vite.

Ma questi interrogativi esistenziali non credo si siano mai affacciati nei pensieri dei nostri odierni avversari che, forti della matematica conquista del primo posto nel campionato Aics B2, si presentavano in formazione rimaneggiata per dare spazio a chi durante l’anno aveva avuto meno occasioni, tenendo i pezzi da novanta a scaldare la panchina.

Fin dalle prime battute di gioco infatti la squadra del Ponte iniziava il suo crescendo di offese e provocazioni, intensificando l’attività una volta trovatisi in doppio svantaggio a causa delle marcature di Rove nel primo tempo lesto a deviare nell’area piccola un assist del separatista dopo azione da calcio d’angolo battuto corto, e di Junior nel secondo tempo con stacco imperioso sempre su angolo del separatista.

Furiosi per il risultato gli avversari gettavano nella mischia i loro migliori giocatori tentando un disperato recupero che si materializzava (meritatamente) negli ultimi minuti fissando sul 2-2 il risultato finale.

L’encomiabile sforzo agonistico veniva accompagnato da un non altrettanto meritorio climax intimidatorio durante il quale gli avversari passavano dalle offese alle vere e proprie minacce fisiche condite da considerazioni di vago sapore discriminatorio nei confronti dei nostri giocatori di provenienza africana.

Ne faceva le spese in particolare Aldino, che dopo essere stato bersagliato da interventi al limite per tutto il match, veniva espulso dal pavido Fred per un’ingenuità; ma anche a Lama, Francis e Camara non venivano risparmiate botte, minacce ed offese dai nostri avversari.

Così a fine giornata, cercando un filo che legasse fatti fra loro apparentemente privi di collegamento, mi accorgevo che è stata l’assenza di capacità di introspezione a partorire questi mostri.

Se ci si fermasse anche solo per un attimo a riflettere non sarebbe infatti possibile apostrofare un ragazzino africano appena maggiorenne come “mezzo metro di merda nera” o ridere alla battuta pronunciata sempre al suo indirizzo “lo sbianco in un minuto”.

Forse basterebbe fermarsi ogni tanto, pensare davvero a ciò che si fa, ciò che si dice, ciò che si vuole, senza distrazioni, assaporando i colori, i rumori e gli odori di quello che abbiamo intorno.

Facciamolo, prima che questo flusso malefico ci trascini via, lontano da noi.

Curve del destino (Athletic-TdS 2-3)

Fatti inauditi, falsi movimenti ed eventi di per sé incomprensibili si sono susseguiti sul terreno di gioco di Pontormo:

La folaga che si avvita come un’anguilla sulla palla crossata da LamEx e la incorna verso l’incrocio (miracolo del portiere, palla sul legno);

Segna il Tacchino di sinistro, che è la sua zampa ma con cui non segna mai;

Spaventapaperi che ad onta delle 35 primavere dichiarate ma non certificate, danzando sulle punte si fionda punte su un traversone a lunga gittata e nonostante l’azione di disturbo di Aldino incrocia al volo di sinistro sul secondo palo (ancora miracolo del portiere, palla schiaffeggiata in angolo);

Paracaro che rincore la palla, de colpo nchioda, improvvisamente se schioda e lancia Aldino sulla fascia;

Aldino che fa quella cosa giusta che mai fa: si fa passare la palla tra le gambe, vola e mette la folaga davanti al portiere;

La folaga che, sola davanti al portiere, decide incomprensibilmente di uscire dal campo, ma prima si disfa della palla passandola al terzino avversario;

Il terzino avversario, incredulo e imbambolato, insacca (Athletic-TdS 0-2 al 20’ st);

Incomprensibilmente, Spugna invita il Matusa a scaldarsi;

Come avesse incrociato lo sguardo del basilisco, Albertino, fin lì vispo e presente, si pietrifica al cospetto di una pallatona generica buttata in area da una punizione a centrocampo, che viene girata comodamente in rete dal n. 4 avversario, partito una ventina di minuti prima dalla propria area (Athletic-TdS 1-2 al 30’ st.);

(Comprensibilmente, entrata in campo del Matusa rinviata a data da destinarsi);

Invece di scavare la solita trincea per ripararsi da un possibile arrivo del pallone e rimanersene lì rintanato e atterrito, Supegiack, chissà perché, fa una mossa che gli è completamente estranea: appostato sul primo palo, prova a colpire di testa la palla tesa che arriva dall’angolo, la spizza mandando in bambola tutti tranne il n. 4 avversario, che aveva deciso di fare un’altra giratina nell’area avversaria e si regala la prima doppietta della carriera (Athletic-TdS 2-2 al 36’ s.t.);

Incomprensibilmente, passano 2 minuti e entra in campo il Matusa;

Come in un mondo all’incontrario, in pieno recupero la folaga rientra in campo, crossa alla cazzo di cane (questo non è tanto da mondo all’incontrario) nell’area avversaria e trova liberissimo LamEx, che in questi casi mette in angolo ma che, fulminato da chissà che, insacca (quasi miracolo del portiere: Athletic-TdS 2-3 al 43’ s.t.);

Teatrino avanti, ripreso, e vittorioso a tempo scaduto: anche in questo senso, una faccenda inaudita e impensabile.

Sì: è stato proprio un viaggio strano quello che ha portato a questo rocambolesco 3-2. Ma era la partita dedicata a Marco, e allora per forza è stato un volo pieno di vuoti d’aria, con tanta gente che c’era e poi spariva inghiottita da improvvisi spaesamenti, salendo sull’onda e sprofondando nella risacca: prima si fa una curva e poi ci si raddirizza, una curva e poi un rettilineo, una curva e poi un’altra, una curva e poi non ci siamo più.

Ombre bionde (TdS-Baco Donnini 1-0)

Invitato a indicare i tre migliori film della storia del cinema, Stanley Kubrik fece questa classifica: 1. Stagecoach; 2. Stagecoach; 3. Stagecoach. Il titolo originale del filmone di John Ford, che per la prima volta girava nella favolosa Monument Valley, era assolutamente neutro, descrittivo: la diligenza, nient’altro. Come si vede dalla locandina.

stagecoach

Molto più suggestivo, invece, sarebbe stato il titolo scelto per il pubblico italiano: Ombre rosse. Un titolo che richiamava il clima da tragedia imminente che accompagnava il viaggio in territorio indiano di quella strana accozzaglia di passeggeri (una prostituta, un dottore alcoolizzato, una donna incinta, un rappresentante di superacolici): gli Apache avevano infatti dissotterrato l’ascia di guerra, in lontananza si vedevano i segnali di fumo, ogni tanto sui crinali apparivano sagome inconfondibili. Per tutto il viaggio la minaccia indiana, le ombre rosse, aleggiava sulla diligenza agitando pensieri e comportamenti dei viaggiatori. Come i tartari, gli Apache non arrivavano mai. Però erano sempre da qualche parte, e la loro presenza si faceva comunque sentire. Anche in questo caso, la locandina era rivelatrice.

ombre rosse

La stessa faccenda, fatte le dovute distinzioni, si è manifestata l’altra sera al Velodromo. È successo infatti che l’attività pedatoria del Lupin III del Teatrino (in sintesi: Lupino), il centrocampista recentemente imbarcato in squadra con l’unico scopo di far dimenticare le gambe storte di Millibar Buonanima, abbia risentito in modo clamoroso della presenza incombente, come una vera Ombrabionda, dello stesso Millibar, il quale, qualche ora prima, aveva lanciato in forma di anatema il suo proposito di rientro tra gli effettivi del Teatro. Ragazzi tremate, aveva intimato il Geronimo di Poggio a Caiano, sto tornando: rivolto ai centrocampisti in genere, il monito era chiaramente destinato a colui che, a partire dalle gambe, stava cominciando a scavare la fossa a lui e alle sue imbevibili spume.

Lupino, dunque, ha avvertito come una scossa, un avvertimento: era come se una marea di gazzose si stagliasse minacciosa all’orizzonte, e lui doveva dimostrare a tutti che quella marea non poteva toccare a lui. Ma per non essere in competizione con Ombrabionda doveva fare qualcosa che il vecchio Tappo non avrebbe confezionato nemmeno se fosse rinato cento volte (cosa che, peraltro, avrebbe avuto effetti nefasti sulla pressione atmosferica di mezza Europa).

Per esempio calciare una punizione direttamente (e volutamente) in porta.

Verso la metà del secondo tempo, quando la partita faceva ormai presagire il secondo, tragico 0-0 consecutivo, il maestro di ballo Fernandel fischiava una punizione per il Teatrino a una ventina di metri buoni dalla porta avversaria. Era il momento atteso. Da buon trafugatore, Lupino sottraeva la palla al Separatista (impedendogli, tra l’altro, di esalare l’ennesima salamella), la piazzava con cura, e dopo la precaria rincorsa ubriaca che gli avrebbero consentito quelle gambacce secche, calciava deciso. Come il lupino che, opportunamente schiacciato tra indice e pollice, schizza a tutta forza dalla buccia incisa, la palla partiva sparata, assumendo e mantenendo una traiettoria dritta che si sarebbe felicemente conclusa solo gonfiando la rete del Baco. Prodezza assoluta. Non sarà Lupino a fare spazio a Ombrabionda.

Per il centrocampo che verrà, 4 gambe torte assicurate.

Gambe secche & Culi strinti (Londa-TdS 0-0)

La notte era gelida a Londa / del resto arbitrava Ofisa / emissario dell’Oltretomba.

La stitica prestazione di lunedì ha certificato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che l’organico del Teatrino è un curioso mix di gambe e culi dalle caratteristiche pressoché incompatibili. Chi infatti, fortunatamente, non ha il culo strinto ha in genere le gambe secche, mentre al contrario chi ha le gambe grasse ha quasi sempre, purtroppo, il culo strinto. Sempre meglio così, diranno gli acuti lettori, che avere al contempo gambe secche e culi strinti. Certo, ci sarebbe anche, in teoria, la combinazione in negativo, definita cioè dall’assenza contestuale di gambe secche e culi strinti (dunque qualcosa del tipo: gambe grasse e culi spanati), ma appunto trattasi di pura teoria astratta, e non è detto poi che, anche se la non-combinazione si concretizzasse, tutto questo farebbe migliorare il quadro generale dell’organico.

Ma forse ho fatto il passo più lungo della gamba (secca), e qualcosa va precisato.

Nel calcio (o almeno nel nostro calcio di frontiera), la gamba secca porta con sé, come corollario inevitabile della malformazione fisica, la naturale propensione alla salamella, o comunque al tiro allacazzodicane, intrinsecamente privo di ogni possibilità di successo, a meno di non imbattersi, come portiere avversario, in un cliente di Ofisa.

Il culo strinto, invece, è ciò che interdice fortemente, al punto da annullarla, la possibilità di concludere un’azione offensiva con un tiro in porta, operazione che di per sé costituirebbe il traguardo di una partita di calcio avente per obiettivo il fare un gol in più degli avversari (obiettivo che, per le implacabili leggi del calcio, è condizione necessaria e sufficiente per vincere le partite stesse).

Ora, se scorriamo velocemente il nostro organico, si osserverà che i depositari di culo allegro (insomma: non strinto) sono anche, ahinoi, portatori di gambe secche; mentre chi dispone di gambe grasse (insomma: non secche) ha anche, ri-ahinoi, il culo drammaticamente strinto. Insomma, in soldoni: chi se la sente di tirare non ha gli strumenti per farlo, chi ce li ha, si caca in mano. E tutto si complica.

Esempi? Eccoli, prendendo spunto dalla notte polare di Londa, col campo in riva all’onda:

  1. Gambe secche in culo allegro. Capofila indiscusso della categoria è il Tacchino, che esaltato dalla prossimità col Casentino, area di progressiva rarefazione del raddoppiamento fonosintattico, sciorinava un culo privo di ogni restrizione, che lo portava a provare tiri più di ogni altro (2 in totale, ma questo passa il convento). Questi apprezzabili atti di coraggio, tuttavia, trovavano un limite insormontabile nella gamba secca, per cui le conclusioni avevano sempre un che di velleitario, disponendosi sul coté del cazzodicane, e risultavano del tutto sbarellati, comunque innocui. Un altro rappresentante illustre della categoria è il nuovo arrivato, il Rove. Culo in resta, l’ultimo arrivato della tribù Gambesecche non si lascia scappare mai l’occasione di battere a rete, ma anche per lui le salame sono all’ordine del giorno. Ma con quelle gambe rifinite (e per giunta arcuate assai) il nostro Lupin fa anche troppo. Nello specifico, la gelida notte londinese riservava al ladro gentiluomo una pallata alta (nel primo tempo) e una cureggina tra le mani del portiere (nel secondo tempo: unico tiro in porta del Teatrino).
  2. Gambe grasse in culo strinto. La categoria, non giriamoci troppo intorno, è costituita in gran parte dai nostri amati fratelloni d’Africa (a cui mi sembra giusto aggiungere Ciuffograsso, che però a Londa non c’era perché scopertosi improvvisamente scalzo). Gli arti inferiori generosamente muscolati concedono loro poderose sgroppate (la direzione è un optional, ma questi son dettagli), ma anche di cannoneggiare (anche in questo caso la direzione è un optional, ma non insistiamo sui dettagli). Tuttavia, ogni volta che si arriva in prossimità dell’area, le bocche da fuoco tacciono: con le gambe improvvisamente di pastafrolla (cioè: col culo irrimediabilmente stretto), i nostri teorici frombolieri, collocati in golose postazioni di tiro da irresistibili, ubriacanti galoppate (non sto parlando naturalmente di CG), tutte le volte si arrestano improvvisamente. Chi torna indietro, chi si fa una pennica, chi, ricordandosi improvvisamente che il sole è calato, si fruga in tasca in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti, visto che è tempo di Ramadan. Al massimo, qualcuno (in genere Lamarana) si disfa in fretta e furia del pallone, come fosse un qualsiasi gambasecca.

Ma forse basterebbe smetterla coll’incitarli, perché per i nostri fratelloni sentirsi dire “TIRA!” ha lo stesso effetto di “FRAU BLUCHER!” sui poveri cavalli.

 

 

Continuiamo così (TdS-Lanciotto 2-1)

Del resto, le avvisaglie erano pessime: Panzanella che si presenta con solo un quarto d’ora di ritardo e col thermos del caffè appresso; Paracaro che salva di tacco, sulla linea, invece di cogliere al volo l’occasione, come avrebbe fatto ai bei tempi, per insaccare nella propria porta e correre poi, ebbro di gioia, a danzare intorno alla bandierina, alla Jorge Dos Santos Filho, in arte Juary (7).

Con queste premesse, non c’è stupirsi se poi, dopo la porta di Albertino costantemente crivellata di gol, la Folaga che non la mette dentro nemmeno con le pinne e via discorrendo, il Teatrino continui a perdere quelle costanti che costituiscono da sempre la propria identità. E così oggi si vince anche senza Talismatusa in campo, addirittura si ribaltano i risultati nel secondo tempo (Aldino e il Separatista, complimenti).

Tra un po’ Ciuffograsso inquadrerà la porta, il Tacchino si farà grattugiare i bargigli dall’arbitro di turno, SuperGiack non si scaverà la solita trincea e per catapultarsi dentro alla vista di un pallone in arrivo.

Continuiamo così, facciamoci del male.

(Bianca 9: come del resto Laura Morante all’epoca)

L’ultimo tabù (TdS-Scintille 5-1)

Per il Teatrino gli ultimi tabù si stanno infrangendo uno dopo l’altro, e senza soluzione di continuità, come piscio sparato sul muro:

  1. Allo scoccare degli otto mesi tra le fila del Teatrino, Lucertolalbe (per il colore, non perché sta sempre pancia a terra: quello è il suo collega di ruolo, che, consapevole della propria idiosincrasia verso la progressione in verticale, continua a dedicarsi appena gli è possibile – anche quando gioca cinque minuti, come l’altra sera – a insensate scorribande in orizzontale, appunto ventre a terra, il più lontano possibile dall’area di rigore, accidenti a me e a quando l’ho paragonato a un portiere anni Settanta) Lucertolalbe, si diceva, esce finalmente vittorioso dal campo. E addirittura senza pappine sul groppone: ma per farlo ha dovuto fingere un’inesistente acciacco, reclamando la sostituzione con Pdp, l’inquieto Pièveloce (che per essere una papera è tanta roba, come se un ippopotamo si innamorasse improvvisamente del salto con l’asta).
  2. La Folaga rispolvera l’antica arte della doppietta (che al massimo pratica altrove, e comunque con sforzi inauditi e il decisivo contributo della prodigiosa pasticca blu), confezionando il 2-0 che permette al Teatrino di giocare senza troppe apprensioni, per quanto lo consenta Battista ancora una volta schierato al centro della difesa (cosa che, ormai è ufficiale, responsabilizza al massimo Franchino, premuroso come non mai verso colui che può garantirgli il passaggio a Ufo verso piazza della Libertà, dove il Capitano arriva sempre pimpante, magari, alla faccia della Folaga, con in testa una bella tripletta, peraltro quasi mai celebrata, pare).
  3. Paracaro insacca la sua seconda rete stagionale (3-0), ancora fuori casa, confermandosi iraddiddio sulle azioni d’angolo: rispetto al gol di Tavarnuzze, la salama, incredibile ma vero, andava addirittura più piano, e disegnando una traiettoria a dir poco delirante.
  4. Kamarega va a segno (4-0) su imbucata geniale di Ciuffograsso (che si faceva così perdonare il gol colossale divorato qualche secondo prima) e per il resto fa pochissimi danni, sforzandosi anche di dialogare con i compagni.

Ecco, a proposito di dialogare, qui c’è un mistero. Gasato all’inverosimile anche il giorno successivo, K. decideva di lanciare un messaggio a tutta la ciurma, e lo whatsappa vocalmente. Non è un messaggio lungo (0:08), ma il suo significato resta oscuro, tranne forse la sconfortata esclamazione finale. Letteralmente, l’esecuzione suona così:

«Tutti i gol che ha fatto ieri, il mio gol che è gol di fuori (PAUSA). Cavolo!»

Ora, anche se si accetta, come procedura d’altronde ben attestata nel parlato consuetudinario, di avere a che fare con un anacoluto, cioè di un costrutto che prevede una concordanza solo a senso tra due affermazioni di per sé non connesse sintatticamente (com’è prassi normale nei proverbi: “Chi pecora si fa, il lupo se lo mangia!”; “Giugno: la falce in pugno!”, e così via), ciò non farebbe migliorare granché la nostra comprensione del passo. Infatti:

  1. Considerando la prima parte (tutti i gol che ha fatto ieri) una sorta di ablativo assoluto (dunque, qualcosa del tipo: stante tutti i gol che [il Teatro, soggetto sottinteso] ha fatto ieri), resta misteriosa la considerazione successiva, che è poi il vero enigma di questo arcano: anche se lo leggessimo come è il mio gol che è il gol di fuori, e dunque la sequenza totale suonerebbe come stante tutti i gol che il Teatro ha fatto ieri, è il mio gol (e dunque non quelli di Marro, Bazza o Lamarana) a essere il gol di fuori! Eccheccazzo! Ma che minchia significa tutta la sequenza?
  2. Cambia poco se la prima parte la consideriamo un tema sospeso (dunque “A proposito di tutti i gol che il teatro ha fatto ieri”), perché l’affermazione che segue, ancora, rimane concettualmente del tutto scollegata. Di nuovo, l’esecuzione nel suo complesso non vuol dire un piffero.
  3. Insomma, il nocciolo dell’arcano è sul valore da attribuire a: il mio gol che è gol di fuori (visto che sul senso di “Cavolo!”, come si è visto sopra, ci si può intendere). Anche perché Kamara, come d’altronde nessun altro, o quasi, nella storia calcistica della banda, ha segnato con un tiro da fuori (area).

L’unica spiegazione dell’arcano è in realtà anche quella più suggestiva. Kamara, isolato dal resto del mondo come il giapponese nella giungla, ha voluto dedicare la sua prodezza al favoloso, ma disciolto da decenni, F.U.O.R.I. (Fronte Unitario Omosessuali Rivoluzionari Italiani), organizzazione barricadera in auge negli anni Settanta di Pier Vittorio Tondelli (8,5), e in Italia disciolta da decenni, ma che evidentemente può ancora contare su cellule attivissime nel continente nero.